lunedì 5 dicembre 2011

UN'ORA AL MUSEO



L'Ultima Cena

Il bello di fare visite virtuali è che posso tornare in una città tutte le volte che desidero senza alcuno stress. Posso prendermi la libertà di immergermi in un’opera alla volta lasciandomi il tempo di assimilarla fino a quando voglio, o meglio, fino a quando ne ho bisogno.
E oggi , nell’ex refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano, voglio gustare l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci.


Il primissimo impatto non è semplicemente legato a quello che vedo, piuttosto è la sensazione di un movimento simile ad un’onda che nasce e che finisce nella figura centrale di Cristo, sviluppandosi nelle figure degli Apostoli. Cristo si distingue dagli altri personaggi sia perché è l’unico ad essere inquadrato da solo nella cornice della finestra centrale di fondo, cosa che gli dà una spiritualità diversa dagli altri e permette all’artista di non disegnare l’aureola sulla sua testa, sia perché è l’unico immobile, costruito su una solida piramide che ha come vertice la testa. 
Il tema dell’ultima cena era abbastanza comune nei refettori dei conventi: mi chiedo allora quali siano gli elementi che fanno di quest’opera un capolavoro rispetto al passato (tanto che dopo Leonardo quasi nessun artista ha affrontato più questo soggetto). Mi devo aiutare con un esempio, magari uno che sono sicura abbia visto anche Leonardo, che si trova a Milano dal 1482. 

Ci sono: Firenze, 1480: Ghirlandaio dipinge l’Ultima Cena per il refettorio del monastero di Ognissanti. Un’opera che rispecchia precisamente come veniva affrontato l’argomento dai pittori della fine del Quattrocento a Firenze.
Non veniva data importanza a quale momento della cena si ritraeva, le figure erano collocate a tavola in maniera indifferenziata, i personaggi sono impegnati in una conversazione a gruppi di due, i loro gesti sono convenzionali, Giuda è posto dall’altra parte del tavolo, separato anche fisicamente dagli altri. La sua figura spezza il ritmo della composizione e obbliga l’artista a spostare Gesù dal centro dell’opera. Manca unità nella composizione e manca la rappresentazione della vita, del dramma.
Leonardo scardina la tradizione e semplifica la composizione: la tavola è semplice e rettangolare, Giuda è seduto alla destra di Cristo e solo il suo atteggiamento permette di riconoscerlo, l’ambiente in cui sono è il prolungamento ideale delle Grazie e la luce viene da sinistra, proprio dove si trovava anticamente la finestra del refettorio. 

L’immobilità di Cristo contrasta fortemente rispetto all’ondata di panico che le sue parole provocano negli Apostoli che si agitano, si alzano e si protendono, le loro mani hanno la funzione di renderli immediatamente riconoscibili (per esempio Giuda è l’unico che stringe la mano sulla borsa con i trenta denari) e di tenere unita la composizione dell’opera, collegando un gruppo con l’altro.


La tecnica dell’Ultima Cena è importante tanto quanto la rappresentazione.
Leonardo era famoso per non essere un velocista nella realizzazione delle sue opere (la qual cosa non piaceva affatto a chi gliele commissionava) e per essere un ossessivo perfezionista: studiava minuziosamente la composizione prima di dipingere e ritoccava continuamente quello che aveva dipinto. La tecnica dell’affresco però non permette lentezza né ritocco, perché si tratta di stendere il colore sull’intonaco fresco, così che asciugandosi, il muro “imprigiona” la pittura. 
L’artista allora cambiò la tecnica: in sostanza trasferì su muro il modo di dipingere su tavola, con colori a tempera su due strati di gesso. Questo gli permise lunghe pause di riflessione e possibilità infinita di tornare col pennello su ciò che era stato già fatto. 
L’opera fu riconosciuta come un capolavoro da subito, ma da subito ci si accorse che era destinata ad un rapidissimo degrado. Già pochi anni dopo la sua conclusione veniva definita come una “macchia abbagliata”. Il fatto poi che fosse posta sulla parete nord, più esposta al freddo, e confinante con la cucina del convento diedero un contributo notevole al suo deterioramento. Nel corso dei secoli il refettorio è stato utilizzato come camerata e come stalla, ha subito un allagamento e, per non farsi mancare proprio niente, è stato anche bombardato nel 1943. 
Il restauro dell’Ultima Cena è durato oltre 20 anni. Iniziato nel 1977, ha restituito ai nostri occhi il capolavoro di Leonardo nel 1999. La fatica è stata quella che si richiede ai giganti, ma il risultato è il più vicino possibile a ciò che Leonardo aveva dipinto, dopo che per secoli si era dovuto vedere quello che i restauratori precedenti avevano messo sopra il capolavoro.

Perché ho scelto quest’opera

Leonardo da Vinci è stato un genio, non ci sono parole che meglio lo possano definire. Non era solo un grande artista, era un ingegnere, un musicista, un conversatore raffinato e un inventore. Era un uomo che non poneva limiti a se stesso e godeva a pieno della propria libertà mentale. L’Ultima Cena è un’opera che rappresenta un tema che va al di là del tempo, ma lo fa attraverso il precario, l’evanescente, attraverso una materia per la quale sembra che il conto alla rovescia sia iniziato da subito. Per questo la sento così profondamente umana.

L’angolo delle curiosità

*Quando Ludovico il Moro scelse gli artisti per il refettorio ce ne fu uno, di nome Giovanni Donato da Montorfano, che si sentì decisamente privilegiato: aveva ottenuto una grande commissione dal Duca e gli era stata assegnata la parete a sud, la migliore. Non sapeva invece che stava per passare alla storia come uno dei pittori più sfortunati: la sua Crocifissione non regge affatto il confronto con l’Ultima Cena.

*Proprio perché era chiaro che l’opera non fosse destinata a durare, ne vennero commissionate numerose copie. Una delle più famose è quella di Marco d’Oggiono. Pur lasciando qualche licenza all’artista, non si può essere discostato troppo dall’originale e la copia ci fa capire che la parete del refettorio doveva essere coloratissima, niente a che vedere con quello che vediamo oggi (chiedo scusa per l'immagine, ma non ne ho trovate di migliori...)

 
*Durante l’ultimo restauro è stato trovato, vicino all'occhio destro di Cristo, il buco di un chiodo che serviva a Leonardo per tendere i fili che servivano per disegnare l’andamento di tutta la prospettiva dell’opera.



*Sono stati anche riscoperti i piedi degli Apostoli sotto il tavolo, ma mancano quelli di Cristo: nel Seicento i frati pensarono bene di creare una porta che collegasse il refettorio alle cucine e distrussero parte dell’opera di Leonardo.







Nel 1980 l’Ultima Cena è stata dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità.

P.S.: Non è che mi sia scordata del Codice da Vinci, ma sono sicura che lo conosciate molto meglio di me! Le tesi di Dan Brown sui personaggi dell’opera non sono propriamente scientifiche ed è facile smontarle, ma a me non interessa farlo, perché riconosco un grande merito all’autore, il fatto di aver fatto sentire ogni lettore un po’ più “padrone” dell’Ultima Cena.

4 commenti:

  1. Leonardo è stato anche un ottimo cuoco e inventore di ricette culinarie... Aspetto da non sottovalutare;))) Grazie francesca... semplicemente interessante!!!!

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  2. Bellissimo articolo! Mai troppo descrittiva e sempre piena di curiosità, per accattivare ancora di più i tuoi lettori, brava Francesca!
    La prossima ora al museo mi piacerebbe trascorrerla davanti all'Estasi di Santa Teresa del Bernini! Chissà magari mi accontenterai...

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  3. Grazie Francesca, tanto bello come sempre!

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  4. Grazie mille--un'ora al museo--la prossima cosa migliore per essere lì
    Bellissimo!

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